Il Papa a Roma Tre tra selfie e applausi. Un entusiasmo non scontato

Oltre 2500 persone nell’Ateneo romano per accogliere il Pontefice. Il rettore Panizza: «Mai nessuna contestazione». Gli studenti: «Francesco, un protagonista della storia»

di Salvatore Cernuzio

La prima persona ad aver accolto Papa Francesco nell’Università Roma Tre è stata una neonata tenuta in braccio dal papà. «È un’universitaria anche lei?», ha scherzato Bergoglio, prima di darle un bacio in fronte e proseguire per il lungo corridoio transennato che dal cortile dell’Ateneo arrivava fino all’interno della struttura, a pochi passi da San Paolo fuori le Mura. Ad attendere il Pontefice – insieme al rettore Mario Panizza e alla prorettrice, Bianca Maria Tedeschini Lalli, al ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli, a Gianni Letta e al fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi – c’erano circa 1500 persone tra docenti, studenti e personale universitario, che hanno salutato il suo arrivo (con 10 minuti di anticipo) tra cori e applausi.

Ognuno aveva una richiesta da fare al Papa: le immancabili foto – ai quali Francesco non si è sottratto mettendosi anche in posa -, le strette di mano e le benedizioni, o una parola da dire: dal basico «Santità preghi per me», ad un più emozionato «La ringrazio perché porta tanti pesi sulle spalle», al sincero «Ah Francé, qui c’è qualcuno che prega per te ogni giorno». Un vigile adulto ha chiesto un selfie e il Papa, ironico, ha commentato: «Ma queste sono cose che fanno gli adolescenti!». Poi ad una ragazza paraguaiana ha domandato se parlasse il guaranì, antica lingua locale all’epoca dei missionari gesuiti.

L’entusiasmo è stato, insomma, visibile durante questa visita. E non era una cosa così scontata, ricordando l’ultimo trattamento riservato ad un Papa da un’università statale (le proteste a La Sapienza nel 2007 che fecero annullare la visita di Benedetto XVI ndr). «Siamo due Università diverse», spiega a Vatican Insider il rettore Mario Panizza, «non ho mai avuto alcun dubbio che le cose potessero andare male o che ci fossero delle contestazioni. Sia per il clima di comunità qui nell’Ateneo, sia per la personalità di Papa Francesco che mi sembra travalichi ogni tipo di polemica o appartenenza».

Sin dall’annuncio del Rettore a novembre, durante l’inaugurazione dell’anno accademico, la visita è stata accolta come «un grande evento positivo». «C’è stato un applauso spontaneo» spiega Panizza. Spontanea è stata anche l’idea di invitare il Vescovo di Roma nel più giovane Ateneo della Capitale: «È nato tutto da una lettera inviata prima dell’estate, in cui raccontavo cos’è Roma Tre e anche questo rapporto molto forte che abbiamo con il territorio. Mi sembrava che ci fossero delle affinità con il suo magistero, certo non di fede religiosa e di credo, ma in relazione al rapporto con il territorio e le persone. Scrivevo quindi al Papa che mi avrebbe fatto piacere se fosse venuto a visitare la nostra Università e incontrare gli studenti. Dal mese di settembre ci sono stati poi dei contatti con la Segreteria di Stato finché il 29 novembre è giunta la conferma e ho potuto comunicarlo a tutta la comunità universitaria».

«Non ce lo aspettavamo affatto. È stata una sorpresa per tutti», dice Giulia Trifilio, 25 anni, rappresentante degli studenti nel Consiglio d’Amministrazione, che oggi ha rivolto la prima domanda al Papa. «La maggior parte degli studenti si è meravigliata di questo arrivo, alcuni si sono chiesti se questa presenza potesse in un certo senso influire sulla laicità dell’Università e noi rappresentanti abbiamo risposto che non si sarebbe trattato di una Messa ma di una benedizione. Il Santo Padre è venuto qui come un protagonista della storia contemporanea ed anche ad incoraggiare quel dialogo che è uno dei fondamenti di Roma Tre».

Nell’università, racconta la giovane laureanda in Economia, «c’è una situazione aggregante e coinvolgente per tutti gli studenti. Probabilmente siamo fortunati vedendo la chiusura totale che c’è oggi in Italia. Qui ci sono diverse associazioni studentesche che organizzano attività, seminari, conferenze, in modo da andare al di là della didattica normale e dar vita ad una comunità più aperta possibile a varie influenze. Una comunità di dialogo e di intenti per evitare estremismi. . L’obiettivo è di formarci come cittadini».

D’altronde è questa «la missione principale dell’Università, di Roma Tre come di qualsiasi università del mondo», ha spiegato ancora il rettore Panizza. «Lo dice il termine stesso “università”, che è la traduzione del latino “universitas”». «Il cuore dell’intervento del Papa – aggiunge – è stato l’invito alla concretezza, al saper ascoltare e all’avere pazienza, quindi accettare l’immigrato, accettare il diverso, essere pronti a trovare la diversità come un elemento di ricchezza, di valore aggiunto e non di impoverimento della tradizione».

Pope Francis gestures as he delivers a speech on stage during a meeting with students and teachers at the Roma Tre University, in Rome, on February 17, 2017. / AFP PHOTO / Tiziana FABI
Pope Francis gestures as he delivers a speech on stage during a meeting with students and teachers at the Roma Tre University, in Rome, on February 17, 2017. / AFP PHOTO / Tiziana FABI

Proprio questa è stata la domanda che ha rivolto al Papa Nour Essa, 31enne siriana fuggita da Damasco insieme al marito e al figlio Riad e arrivata ad aprile 2016 in Italia da Lesbo grazie a Francesco che ha accolto la famiglia sul suo volo insieme ad altri undici rifugiati: in Europa – ha chiesto la giovane – c’è ancora la paura che chi proviene dalla Siria o dall’Iraq possa rappresentare «una minaccia per la cultura e tradizione cristiana»?

Il Papa ha risposto ampiamente nel suo lungo discorso a braccio. «Mi ha colpito l’appello ad essere aperti, a non fare dei muri», confida la donna a Vatican Insider. «Spero che venga ascoltato dai governi e dagli altri capi religiosi, perché siamo uomini e donne come tutti, siamo fuggiti per fame, guerra, abbiamo il diritto di vivere una vita normale».

Nour ringrazia ancora Papa Francesco perché «ha cambiato la nostra vita in un giorno. Lui è un sant’uomo, un esempio per tutto il mondo. Ha usato la religione per servire l’essere umano». Parole che la giovane siriana – che insieme agli altri rifugiati è stata ospite ad agosto ad un pranzo a Santa Marta – ha ripetuto di persona oggi al Papa: «L’ho ringraziato per il suo gesto di amore. Gli ho detto che inizierò un lavoro (ha vinto una borsa di studio del Ministero dell’Interno), che mio figlio va all’asilo e si trova bene e lui è stato molto, molto contento».

Significativi anche i doni consegnati al Vescovo di Roma in ricordo della visita: una bottiglia di olio prodotto nell’uliveto di Roma Tre a Villa Maruffi, vicino Marino, e i prodotti tipici di alcuni territori sequestrati alla mafia nel comune siciliano di San Giuseppe Jato, che ha nominato i membri dell’Università “cittadini onorari” per aver collaborato alla trasformazione di un edificio in una biblioteca, raccogliendo in due anni e mezzo circa 4.500 volumi. Al Papa è stato regalato, infine, anche un quadro dipinto dal rettore: «Quadro mi sembra una parola eccessiva… – dice – Trascorro la domenica pomeriggio a dipingere, e sono anni che dipingo tombini. Al Papa gli ho regalato allora quello di Nazareth che mi sembrava un bel simbolo».

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